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TAVOLE
DI AMGOD
per
una visione libertaria dell’uso del digitale
di
Ettore Pasculli
Ettore
Pasculli promuove un ControManifesto, "AMGOD" (anagramma
della parola DOGMA, letta al contrario) per esprimere anche
attraverso il nome, l'antitesi di questo progetto, che non
vuole solo rappresentare uno scambio di servizi e informazioni
nel mondo del cinema digitale ma farsi promotore di una nuova
corrente cinematografica.
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Gli
strumenti digitali vanno utilizzati senza limiti per esprimere
ed estendere al meglio immaginazione e fantasia, anche
se non sono da considerare assolutamente come il fine
perché non ci occupiamo solo di un mezzo di riproduzione
ma soprattutto di un mezzo di espressione, il cui valore
storico è conseguente alle trasfigurazioni poetiche
che consente di creare.
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L’immagine
è fatta di impulsi luminosi e dunque sulle scelte
della luce sia naturale che artificiale, calda o fredda,
al neon o al laser, si misura la qualità e la profondità
fotografica di un opera. Perché l’immagine ha il
limite ma anche la responsabilità di portare i
segni del suo tempo.
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L’immagine registrata si basa sul movimento e dunque anche
il movimento della telecamera, oppure quello del ritmo
del montaggio, deve valorizzare al massimo il senso del
dinamismo proprio dello strumento che si utilizza, perché
avere il senso del digitale significa servirsi di questo
per i fini che gli sono propri.
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La
scrittura non serve come traccia o semplice canovaccio
di ciò che si creerà in "diretta"
con le riprese ma bensì come progetto sufficientemente
articolato, e sviluppato anche col segno, nel senso di
imparare a vedere ciò che si immagina, a fare ricerca
su storie limite; tutto ciò che non si può
rubare alla realtà se non in quella che solo la
nostra sensibilità e la nostra visionarietà
sa trasmettere.
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Fintantoché
un opera digitale avrà origine letteraria, teatrale,
cinematografica o televisiva non sarà nulla perché
la vera opera d’arte digitale comincia dove l’imitazione
finisce. Perciò è indispensabile servirsi
al massimo e al meglio delle sue possibilità per
inventare e manipolare storie e immagini a proprio piacimento
e al servizio di una visione selettiva e precisa della
realtà del tutto personale e individuale.
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In
un mondo dominato dall’apparenza, dai simulacri e dagli
stratagemmi comunicativi l’opera digitale ha il compito
di ristabilire un punto di vista estremo perché
è proprio nei periodi di decadenza che si sente
la necessità di radicali estremismi. Questo vale
anche per l’universo sonoro che costituisce un opera nell’opera
e che deve poter disporre della più vasta gamma
di effetti possibili oltre alla tecnica estremizzata del
doppiaggio in tutte le forme conosciute e ancora da inventare.
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Gli
apparati digitali dilagheranno nei sistemi televisivi
eppure l’opera digitale non si occupa di attualità
anche se di questa può farne un facile palcoscenico
di ambientazione. Il presente è solo un pretesto:
l’obiettivo resta il viaggio, la fuga, l’evasione, la
ricerca, l’avventura e la scoperta di dimensioni e realtà
anche prive di dimostrazioni evidenti.
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Il
digitale è contro le grandi concentrazioni e i
monopoli delle immagini perché permette una polverizzazione
più democratica delle aggregazioni produttive e
dunque degli accessi ai nuovi sistemi d’impresa.
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Le
opere digitali devono seguire un loro corso omogeneo dalla
genesi alla diffusione, altrimenti non si possono considerare
digitali ma non esclude contaminazioni, alterazioni, incursioni
e deturpazioni che mettano in risalto l’obsolescenza dei
vecchi strumenti di comunicazione di massa.
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Il
digitale è contrario ad ogni forma codificata di
divisione del lavoro e riporta alla massima unità
possibile il divario tra un idea e la sua realizzazione,
ma in una visione di totale flessibilità concettuale.
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